Shelly Gardner, ballerina di lungo corso del varietà Razzle Dazzle di Las Vegas, si ritrova senza prospettive quando lo spettacolo chiude i battenti dopo un trentennio di attività. A 57 anni il mondo dello show business, che ha sfruttato la sua immagine senza garantirle sicurezza per il futuro, non le offre alternative e sia lei che la sua vecchia amica Annette, costretta a servire cocktail in abiti succinti in un casinò, sembrano non avere più prospettive di carriera in nessun settore dello spettacolo. Mentre le sue colleghe più giovani cercano nuovi ingaggi, Shelly tenta di ricostruire il rapporto con la figlia Hannah, che ha lasciato in affidamento quando era piccola poiché a causa del lavoro le era impossibile prendersi cura di lei, e di ricostruire il rapporto con Eddie, una vecchia fiamma che sembra poterle dare qualche sicurezza per il futuro.

The Last Showgirl di Gia Coppola si basa su una favola cara a Hollywood, quella della star decaduta in cerca di riscatto. Passando da Mickey Rourke a Michael Keaton, fino alla recente rinascita di Demi Moore grazie a The Substance, il cinema ha ridato onore per mezzo di interpretazioni memorabili, ad attori dimenticati dal grande schermo, ma che oggi hanno qualcosa da dire allo showbiz. The Last Showgirl non solo rievoca questo tema prendendo Pamela Anderson come protagonista, ma lo richiama anche diegeticamente nella storia di una donna invecchiata, e per questo lasciata indietro dal mondo dello spettacolo. Un’equazione abbastanza facile che la Anderson senza alcuno sforzo cavalca alla perfezione, in un film che fa dello stile indipendente, con primi piani, macchina a mano, sfocature e fotografia sgranata in 16mm, un marchio indie che, proprio per questo, non brilla per originalità.

Se da una parte infatti The Last Showgirl parla dei sogni di una donna che ha scelto la carriera invece della figlia, ponendo a suo modo l’interessante tema sulla legittimità o meno di autorealizzazione, specie a chi tradizionalmente si chiede il sacrificio per il bene della famiglia, il discorso diventa grossolano quando si parla di invecchiamento. Pamela Anderson ma anche Jamie Lee Curtis vengono presentate con un voyeurismo che sfiora la sgradevolezza e che non ha una giustificazione nella trama. Se il corpo esibito della Moore in The Substance di Coralie Fargeat è sempre mostrato con rispetto e spesso con ammirazione, nel caso di The Last Showgirl è il patetismo il sentimento che la sfiorita showgirl vuole richiamare nello spettatore, al fine di mettere sullo stesso piano il destino infausto della protagonista e la sua età. In tal senso, insistere sul viso di una Anderson struccata e mal vestita, o sulla Curtis stravolta da un trucco essessivo e in tanga alla soglia dei settanta, non aiuta la storia ma anzi la fa stagnare in un vicolo cieco di senso un po’ fine a se stesso.
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